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"i love shopping"....seicentesco...." seconda puntata

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19-06-2014

SOTTO IL VESTITO...TUTTO...

Ecco qui Caterina Balbi Durazzo, ritratta da van Dyck nel 1624. Bel vestitino, non c'è che dire. Ma... sbirciamo un po' nella serratura del tempo, e andiamo a spiarla mentre si veste. Ovvero, si fa vestire dalle serve, che da sola non potrebbe farcela. Innanzi tutto, indossa una camicia, lunga e bianca. Le mutande no, nel '600 non si usano. Esistono, ma sono appannaggio delle cortigiane, in quanto considerate un capo immorale e ''stuzzicante''. Sulla camicia, si appende il 'verdogale' allacciandolo in vita: è una struttura rigida a campana, composta di listelli di legno, ferro e lino, che terrà le gonne leggermente discoste dal corpo, così che nessuno possa intuire che Caterina ha delle gambe. Se non si devono immaginare le cosce, figuriamoci il seno: ed ecco un busto rigido, formato da ossa di balena, o più spesso in legno, che non ha la funzione di modellare il vitino, ma di coprire come il carapace di una tartaruga il petto. Quindi sul verdogale, indossa la prima gonna, la faldeta, di seta ricamata, che non si vedrà se non quando cammina sollevando un po' la gonna soprastante. Il termine deriva dalla spagnolo 'falda', gonna, come gran parte dei termini dell'abbigliamento: infatti Genova, alleata della Spagna, ne segue la moda passo a passo. Alla faldeta, da cui deriva l'odierno termine dilettale 'fadetta', sottoveste, si sovrappone la falda, la gonna che si vede nel ritratto: riccamente decorata di passamanerie in oro, e con lo strascico. La lunghezza del quale non è casuale, ma corrisponde al grado di nobiltà dell'indossante. Più sei nobile, più coda ti trascini dietro. Ora è il momento del giuppone, una giacca aderente che va dalla vita al collo, e di cui si vedono solo le maniche aderenti al braccio. Sul giuppone, il secondo busto. Anche questo rinforzato, che finisce a punta oltre l'inguine. Ricamato e ornato al pari del resto dell'abbigliamento. Finito? No, manca il pezzo forte, le mangas largas, ovvero le seconde maniche, aperte in modo da mostrare la raffinatissima fodera, che pendono come ali giù dalle spalle. Queste maniche non sono cucite al vestito, ma si allacciano sulle spalle, una moda giunta dalla Turchia, e possono essere spostate da un abito all'altro. Talmente ornate d'oro, perle e pietre rare, che vengono considerate al pari dei gioielli: negli inventari infatti non sono mai nella colonna dei capi d'abbigliamento, ma in quelle dei preziosi, con collane, orecchini e braccialetti. Anche la lunghezza delle maniche, come lo strascico, è in proporzione allo status della dama, così come il numero di perle. Che si possono trovare nella decorazione della veste, o a mò di collana, come quella, ricchissima, che Caterina sfoggia. O ancora negli orecchini, ma qui non si può esagerare: nulla più del cosiddetto 'perolo' un modesto pendente, che non interferisca con la gorgiera che le cinge il collo. Chiamata a Genova 'leitua', lattuga, è sostenuta all'interno da strisce di pergamena per farla stare su: per una buona gorgiera infatti sono necessari almeno 10 metri lineari di pizzo. La 'leitua' ovviamente fa pendant con i polsini, che emergono dalle maniche del giuppone.

Una curiosità: quando la dama è incinta o puerpera, gorgiera e polsini vengono tinti di rosso, così da palesare il lieto evento senza dover parlare apertamente di una cosa così imbarazzante. 

E ora, veniamo ai capelli. Vista l'ingombrante mole della gorgiera, ovviamente vanno raccolti sul capo, solo con un'onda più morbida di piccoli riccioli intarno alla fronte. Sullo chignon, un piccolo cappello conico, ricamato di perle e arricchito da piume di uccelli esotici.

Ai piedi? Calze di seta, e visto che gli elastici non esistevano, il reggicalze. E presumiamo scarpini in tessuto ornati da un fiocco e con il tacco. Che nasce proprio ora, nel '600. Prima? Pianelle. E le dame troppo basse vi ancoravano delle zatterone di legno o sughero, nascoste dalle lunghe gonne.

In mano ha un ventaglio a stecche: altra invenzione del primo '600, che va a sostituire il più ingombrante ventaglio fisso a 'paletta'. Formato da stecche d'ebano o d'avorio e seta dipinta, o da una pelle così fine da esser chiamata 'pelle di cigno'. Poi istoriato con oro, perle, cristalli, paillettes di metallo... Così caro a volte da far parte corredo dotale delle dame , e trasmesso in testamento... 

Bene, Caterina ha finito di vestirsi, ma sol finchè non esce: questo che vediamo nel ritratto è il vestito, da 'casa'; per le passeggiate, deve indossar ancora una 'ungaresca', una lunga sopravveste ornata da alamari, di derivazione orientale. 

Differenze estate/inverno? Solo il tessuto, fresco raso di seta invece che velluto pesante. Tutto il restante ambaradan, povera Catainìn, non cambia...

Paola Pettinotti


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