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la tragica storia di luca pinelli

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16-07-2014

LA TRAGICA STORIA DI LUCA PINELLI

- racconto storico di Paola Pettinotti -

I parte

Estate 1419. Fa caldo. Un’afa maligna, di quelle che ti si appiccicano alla pelle come un vestito troppo pesante. La camera magna (1) è quasi deserta. Pochi senatori si asciugano il sudore da sotto le berrette e parlottano fra loro a voce bassa. Gli arazzi appesi alle pareti pendono afflosciati  su se stessi. Dalle finestre aperte non entra un refolo d’aria,   solo i nitriti dei cavalli resi isterici dalle mosche e le grida stanche di stallieri e soldati giù nella platea palacii (2), mentre dallo stretto budello della Clavoneria (3) sale a zaffate lezzo di refrescume(4) e di cloaca. 

In realtà quello che puzza veramente è quella convocazione in pieno agosto, quando la città è deserta e  quasi tutto il Consiglio è in villa (5)

Luca Pinelli si passa le mani sul volto. E’ un caso che l’abbiano trovato, l’avviso gli è arrivato quando era già sul piede di partenza, con le sale invase dai  bauli e  dal cicalare nervoso delle donne, pronto a lasciare finalmente una Genova  percorsa solo da fantasmi di popolani che non possono permettersi una villeggiatura fuori porta. 

Sua moglie ha storto le labbra quando l’ha avvisata che si sarebbero fermati ancora qualche giorno; abituata ad obbedire non ha fiatato, ma  le ha letto negli occhi la domanda: non puoi fregartene anche tu come fanno tutti? Certo, avrebbe potuto fare finta di niente e andare ad occuparsi dei suoi poderi nel fresco corroborante di un orto, ma Luca Pinelli è una vecchia volpe, e  con le sue narici aguzze ha subodorato l’inghippo.  Non si fida del Doge Tomaso Fregoso, un po’ perchè non bisogna mai fidarsi di chi detiene il potere, un po’ perchè lo conosce fin troppo bene e da troppo tempo. Una convocazione speciale in pieno agosto, all’ultimo minuto, in fretta e furia, è evidentemente un trucco per far passare in modo legale una decisione sgradita alla maggioranza. 

Lentamente la  riunione inizia, con i servi che corrono avanti e indietro a porgere limonate e a scacciare  mosche insistenti che preferiscono i senatori ai cavalli delle scuderie sottostanti. 

Il Doge inizia un discorso, poi lo lascia metà, si perde in formalità lunghissime e in convenevoli. Qualche senatore si è già addormentato, altri si agitano nervosi e non vedono l’ora di andarsene. 

Infine la pazienza di Luca viene premiata: eccolo l’argomento del giorno, la cessione di Livorno ai fiorentini per rimpinguare le casse della Repubblica che gridano miseria. 

Un guizzo d’interesse scuote la sala, chi russava viene svegliato bruscamente da una gomitata del vicino, i corpi si drizzano, un mormorio sempre più forte  copre le parole del Doge che continua a perorare  con una voce troppo neutra  per essere convincente. 

Luca allontana con un gesto sgarbato un servo che gli porge un bicchiere; cedere Livorno ai fiorentini è una follia, un assurdo. 

Note: 

1: La camera magna corrispondeva all’attuale Salone del maggior Consiglio. 

2: La    platea palacii, oggi Piazza Matteotti,   era un cortile chiuso che ospitava le scuderie e gli alloggiamenti militari. 

3:La Clavoneria  era uno stretto vicolo,  la continuazione dell’attuale vico Indoratori.

4: Refrescume è il termine genovese che indica la puzza di pesce marcio e di cibo avariato in generale.

5: In villa: fin dal medioevo è attestata per i nobili e i possidenti l’abitudine di passare un periodo all’anno nelle dimore di campagna, le ‘ville’ appunto. In genere vi si soggiornava da ferragosto ( all’epoca il 1° agosto) a S. Martino ( 11 novembre)

II parte

La discussione si anima. 

Il Fregoso riassume  velocemente gli ultimi dolorosi fatti. I Visconti  hanno accerchiato Genova arrivando fino a S. Vincenzo da un lato e  a  Granarolo dall‘altro; prendendo, seppur per poco, addirittura la Torre di Faro. Tremila cavalli e ottomila fanti. La città ha retto, certo. Ma per quanto? E’ stato necessario venire a patti, cedere  Capriata, Serravalle e Borgo Fornari. Ma non basta. Il Duca di Milano vuole anche duecentomila ducati, pagabili in quattro rate a dimostrazione della sua grande benevolenza. Duecentomila ducati. Il Doge legge lunghe pagine di cifre, dimostra lo stato nefasto delle finanze. L’offerta di Firenze per altro è ottima e aiuterebbe a coprire le richieste del Visconti.  Sono verità inconfutabili, ma cedere Livorno!  Il Fregoso  inoltre  fa mostra di troppa indifferenza, come se la cosa quasi non lo toccasse. 

Sono molti  anni che Luca commercia e che conosce gli uomini. E’ palese che Tomaso Fregoso in quella transazione ha  un lauto tornaconto. Niente di male, bisogna cercare di guadagnare  ovunque sia possibile, ma non danneggiando la Repubblica. Prima Genova, poi il proprio interesse.   Cedere Livorno ai fiorentini è  un tradimento. 

Luca si sente d’improvviso vecchio e stanco. Pensa alla sua casa in campagna,  vecchia più di lui ma fresca e accogliente, pensa al giardino con il grande fico carico di frutti, agli orti che si inerpicano sulle fasce(1). Vorrebbe essere lì, non aver sentito quella proposta indecente, non dover essere complice in quell’abominio. Certo, può votare contro, opporsi. Ma i numeri sono chiari, non mentono mai i numeri, sono il suo abecedario fin dall’infanzia; e il vuoto delle casse è lampante.  Non si può rischiare un tracollo finanziario, non in questo momento. Ci vuole una soluzione alternativa che salvi capra e cavoli. 

Luca si guarda intorno, sbircia i volti attoniti, la maggior parte non del tutto convinti della proposta ma già sul punto di arrendersi.  Cittadini  ricchissimi di una città povera.... 

Bisogna decidere, subito, in fretta.

Luca si alza, chiede la parola. Lentamente il vocio scende fino a ricreare una parvenza di silenzio. 

Genova è la casa, dice, è la patria. E’ qualcosa di più dei singoli interessi. Anzi è la somma di tutti gli interessi, il grande crogiuolo che permette la loro stessa esistenza. Livorno è fondamentale da un punto di vista strategico. E’ vero che è un porticciolo devastato dalla malaria, che rende pochissimo, ma è anche una testa di ponte nel fianco di Firenze, un vicino pericoloso da non favorire troppo. Livorno è di Genova e non va alienata.... 

Luca sospira, si sente la bocca secca. Adesso sì che desidererebbe un bel sorso  d’acqua fresca, ma i servi si tengono a rispettosa distanza.  

Tutti tacciono,  curiosi di sentire dove vuole andare a parare con quel lungo discorso. 

Il doge lo guarda con sospetto, il sorriso solidificato sul volto come una maschera. 

Luca fa la sua proposta. Non solo belle parole. Fatti. Lui è un uomo concreto, pratico. Conosce i numeri, i conti. Ma conosce anche l’amore per la sua patria. Quindi mette a disposizione parte del suo patrimonio personale per arginare quel momento di bisogno senza dover cedere Livorno. Non solo  offre del suo: istiga gli altri a fare altrettanto. Perora con parole chiare e semplici affinchè tutti i senatori mettano mano al borsellino e alla coscienza. Non certo a fondo perso: è un prestito, un investimento. Un atto di fiducia verso Genova.  

C’è un po’ di sconcerto. Il salone si divide.  Chi è a favore e chi è contro. Fregoso continua sorridere ma i suoi occhi sono due lame di ghiaccio e la berretta dogale gli pende sul capo inzuppata da un sudore eccessivo anche per l’afa di agosto. 

Bisogna riflettere. Il Consiglio si aggiorna. 

Note: 

1: Le fasce erano terrazzamenti  realizzati dai contadini sul fianco delle colline per avere terreni coltivabili pianeggianti.

III parte

E’ notte. Via S. Luca è deserta. Solo  da casa Pinelli traspare  qualche segno di vita, il vago rilucere di una lanterna attraverso gli scuri  socchiusi. 

I bauli sono stati messi da parte, non è il momento di pensare alle vacanze. 

Le figlie hanno mugugnato sottovoce per tutto il giorno guardando il padre con astio, ma la madre  le ha tacitate seccamente: ci sono problemi più importanti del caldo e dei sollazzi. La donna ha ascoltato con attenzione il resoconto della riunione di Consiglio, e ha provato un moto d’orgoglio per il discorso del marito, per la sua integrità, la sua rettezza. Eppure al tempo stesso ha sentito un brivido correrle per la schiena, un senso di pericolo. Tomaso Fregoso non è uomo da incassare in silenzio una sconfitta. 

Per  tutta la sera in casa di Luca c’è stato un via vai di gente, un fervere di discussioni e di accordi. Le notizie volano in fretta, e qualcuno è tornato in città dalle case di villeggiatura più vicine per valutare la proposta del Pinelli. 

Adesso però è notte e tutto tace, nugoli di zanzare solcano indisturbate l’aria densa, solo la voce di un ubriaco giunge a tratti dal ponte della calcina, il raglio di un asino da  Fossatello. 

Un colpo secco alla porta. Luca sobbalza sulla sedia. Già in camicia era rimasto allo scrittoio a fare gli ultimi conti, poi la stanchezza l’aveva vinto e la testa gli si era ripiegata sul petto. Il lucignolo della lampada a olio che non ha più rabboccato fuma di un fumo nerastro.  

Un altro colpo, voci trattenute di uomini. Non fa in tempo a gridare  di sbarrare tutto che qualcuno apre il portone di ferro. Le voci ora sono più forti, si ingigantiscono su per le scale di ardesia.  Luca non è un uomo d’armi, non ricorda nemmeno dove ha messo lo stocco.  C’è poca servitù  in casa, quasi tutte donne; la maggior parte degli uomini sono già in campagna ad attendere il loro arrivo rimandato di giorno in giorno. 

Inutile pensare di scendere, di cercare salvezza all‘esterno. Luca esce dallo scagno (1) e sale di corsa la scala per aggiungere la caminata (2) in cui asserragliarsi. 

Intravvede in alto sua moglie, bianca come un fantasma nella luce  di una candela; a metà rampa una schiava discinta  che urla per lo spavento.  

E’ vecchio e gli scalini sono ripidi. La paura gli taglia il fiato e le gambe. Gli assalitori  hanno i volti mascherati e agiscono in fretta, in un attimo gli sono addosso. 

Cerca di afferrare qualcosa per difendersi ma non c’è niente a portata di mano. Gli infilano un sacco in testa.  Qualcuno si batte, giù in basso, cerca di venire in suo soccorso inutilmente. Dalla volta (3) giunge un grido acuto, un corpo che rotola. Poi il buio del sacco diventa un buio totale, pieno di silenzio.

Note:

1, 2, 3 : La casa di impianto medievale aveva una struttura ricorrente. In basso c’era la volta, un magazzino per le merci, con davanti  un portico di pietra leggermente rialzato in cui spesso vi erano botteghe gestite direttamente dal proprietario della dimora o date in affitto. Se l’altezza del portico lo consentiva, sopra la volta si trovava un piano intermedio, il mediano o mezzanino, in cui si trovava lo scagno,l’ ufficio dove si gestivano gli affari e la contabilità.  Al  piano superiore vi era la caminata, una grande sala con il camino; salendo ancora, tramite strette scale di ardesia molto ripide, si accedeva alle camere da letto. Nel sotto tetto c’era un altro mediano con alloggi di servizio e la cucina, che era sempre situata in alto per paura degli incendi: in questo modo si riuscivano a contenere le fiamme senza che devastassero la casa dalle fondamenta. 

IV parte

Alle prime luci dell’alba un fremito sveglia i caruggi intorno a piazza Banchi. Un mormorio attonito che dilaga di bocca in bocca facendo accorrere guardie e popolani, macellai e orefici; sguattere e padrone si assiepano alle finestre di palazzo Malocello e palazzo De Negri. Le donne che si recavano a vendere al mercato si appiattiscono contro i muri facendosi il segno della croce e stringendo le  canestre di frutta e i polli. Da Sottoripa e dal porto si riversano i pescatori appena rientrati dalla pesca notturna, i camalli (1) e i pochi buonavoglia (2)  in attesa di una tardiva partenza. 

La moglie di Luca ha passato quel che le restava della notte torcendosi le mani alla finestra della sua casa  di via san Luca.  Adesso, sotto un cielo rosa pallido, foriero d’altra afa e d’altra sofferenza, vede farsi largo per la strada lo stalliere, il volto tumefatto dallo scontro notturno. Prova un attimo di sollievo e fa per gridargli qualcosa, ma le parole le si attorcigliano alla lingua. L’uomo è senza fiato per la corsa, eppure non  appena la scorge trascina d’improvviso il passo, rallenta, distoglie gli occhi.  

La donna vorrebbe interrogarlo ma   si sente le labbra di pietra. Anche  lo stalliere è una statua, riesce solo a farsi il segno della croce, poi crolla in ginocchio. A Banchi, mormora, che Dio abbia pietà di noi, a Banchi. 

La donna si riscuote, si incammina, scaccia le serve che l‘attorniano. In via San Luca deve farsi strada a spinte: c’è  un traffico insolito di gente che diviene ressa, folla che si assiepa da Ponte Reale,  dalla contrada degli Orefici.  Qualcuno la riconosce   malgrado abbia il volto stravolto dall’ansia e il capo scoperto come un popolana, con i capelli che le ricadono a ciocche sul corpetto in disordine. Il suo nome serpeggia e la folla si apre, la lascia passare: chi abbassa gli occhi, chi la spia con curiosità, chi cerca di trattenerla.  Il sole non si scorge ancora fra  i tetti delle case ma le ali dei gabbiani  alti nel cielo velato  sono colore dell’oro, scintillanti. 

Lentamente, un passo dopo l’altro, la donna avanza. Qualcuno la prende per un braccio con forza: forse è un amico, vorrebbe portarla via, chiuderle gli  occhi. 

Troppo tardi: sul lato sud della piazza, proprio dietro  la pietra del cintraco (3) , c’è un nuovo, curioso ornamento. Sembra quasi una statua processionale della settimana santa, un Cristo con le braccia aperte e il capo riverso. Solo che è abbigliato con abiti moderni, e non è di legno. Così come è vero il sangue che gli è sceso dai polsi trafitti dai chiodi e si è già raggrumato in una pozza nerastra.

Crocifisso contro il muro, Luca Pinelli è morto. Appeso al collo ha un cartello che invita a non parlare troppo in Consiglio. 

Conclusione:

Livorno venne ceduta a Firenze per centoventimila ducati. 

Nel 1421scoppiò una nuova guerra con Milano e Filippo Maria Visconti inviò contro Genova due eserciti capitanati dal Carmagnola e da Guido Torelli. 

Tomaso Fregoso  si arrese e depose le insegne dogali lasciando il governo della città in mano ai nemici. In cambio ricevette trentamila fiorini e la signoria di Sarzana, dove si ritirò per alcuni anni dedicandosi alla propria biblioteca. 

Ricoprì  nuovamente  la carica dogale dal 1436 al 1437,  venne deposto per un giorno, quindi  rieletto fino al 1442 quando morì dopo una vita onorata e degna all’età di ottantatrè anni.

Note:

1: Camalli: scaricatori, facchini.  Il loro ruolo era importantissimo nell’economia del porto, e in generale in una città dalle strade molto strette in cui il trasporto su carri era minimo. Erano divisi  a seconda a seconda del ramo di trasporto in cui operavano, ad esempio i camalli del grano, del carbone, delle portantine…  

2: buonavoglia erano i rematori delle galere. Fino al XVI secolo non prevalse l’uso di impiegare per questo faticoso compito i prigionieri e gli schiavi, bensì dei  rematori professionisti che venivano regolarmente ingaggiati per il viaggio. 

3: Il cintraco era il banditore. Suo compito era gridare dall’alto di una grossa pietra  situata in piazza Banchi gli editti ufficiali di cui la cittadinanza doveva essere a conoscenza. 

Foto: Cristiano Calvi

 
 

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