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la congiura dei fieschi

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19-08-2014

LA CONGIURA DEI FIESCHI

- racconto storico di Paola Pettinotti -

I
2 gennaio 1547. E’ domenica. Gian Luigi Fieschi entra con passo spavaldo nel palazzo Doria di Fassolo (1).
A metà della rampa di scale rallenta, si morde un labbro. Se qualcuno scendesse in quel momento potrebbe cogliere sul suo volto una crepa, un’incertezza. Malgrado il freddo pungente ha le mani sudate: quello è il gran giorno. Ma c’è ancora tempo  in mezzo, trame da compiere, fili da allacciare per terminare l’arazzo. Il disegno, un opera somma colore del sangue,  sarà finito solo a notte fonda.  La rabbia che  gli  corrode le viscere da veleno si è fatta  una macchina perfetta. E’ ridicolo che di colpo  si senta  rallentare involontariamente il passo , come se gli scalini fossero calamita per il ferro che gli cinge i fianchi. Le dita corrono all’elsa dello stocco e l’accarezzano lievemente. C’è tempo, amico mio, c’è ancora tempo...
Un sorriso torna a distendergli il volto. Dolce all’apparenza: dentro,  sente le labbra riempirglisi di spine intorno ai denti. 

Dalle pareti della  loggia i volti enfatici degli eroi Doria lo guardano beffardamente. Belli, bellissimi gli affreschi del nuovo palazzo di Andrea. Splendidi. Un’esibizione di ricchezza senza limiti. Tutto sulla mia pelle, pensa Gian Luigi, sul mio sangue. E’ stato distruggendo la mia famiglia che l’infame ha costruito questo.

Si ferma nella sala della carità romana (2) aspettando che un lacchè lo annunci. Dall’alto del soffitto Pero allatta il padre Cimone, indifferente. Nessuna carità, pensa Gian Luigi distogliendo gli occhi, nessuna pietà per voi, questa notte.

La porta del salone si spalanca. Il grande camino in pietra nera è spento ma il calore delle fiammate dei giorni precedenti aleggia ancora fra i muri pavesati ad arazzi. Le feste di natale sono state grandiose, come si conviene ad un vero principe.

Gian Luigi procede. Andrea lo aspetta a letto, nella sala dello Zodiaco. I paramenti invernali (3) fasciano le pareti di broccati di velluto cremisi, lo stesso delle cortine del letto e dei cuscini che mascherano la scomodità delle sedie.  Sepolto in tutto quel rosso il vecchio ammiraglio appare ancora più cereo e consunto. Si solleva appena all’ingresso del giovane, gli allunga una mano tutta ossa. Da qualche giorno è infermo, un attacco di gotta.

Gian Luigi gli si fa accanto solerte, si informa dei suoi acciacchi. Peretta, la moglie di Andrea, si alza dallo scranno vicino alla finestra, raduna i suoi arnesi da cucito e si accomiata. Lascia educatamente spazio agli uomini e torna nei suoi appartamenti. Non vi sono altri ospiti in quel momento.  Solo Giannettino, il nipote ed erede di Andrea, che sta facendo giocare il figlio, il piccolo Gio. Andrea, con una palla. E’ un rospo, il bisnipotino dell’ammiraglio, uno scriccioletto deforme. Malgrado ciò già superbo, conscio d’essere l’ultimo virgulto di una pianta arida ma ricchissima. La palla gli scivola dalle mani e rotola verso i piedi del Fieschi.
- Dammela subito! -
Intima il bambino: la nutrice guizza in avanti ma Giannettino la blocca con un gesto.
- L’ha chiesto a Gian Luigi, mi pare. -
E Gian Luigi si china, con la schiena che gli scricchiola tanto i muscoli resistono suo malgrado a quell’ inchino umiliante, raccoglie il giocattolo, lo porge con un sorriso al marmocchio.
Andrea fa cenno che restino soli, ha da parlare di cose serie.
La nutrice prende il bambino recalcitrante in collo e si eclissa. Giannettino chiacchiera ancora un po’ amenamente, poi chiede congedo. Abbraccia il Fieschi facendo attenzione che nel bacio i loro volti non si sfiorino, poi si sofferma per un ultimo saluto sulla soglia:
- E come sta donna Eleonora? Sempre così bella? -
Gian Luigi è un fregio di marmo mentre risponde una frase di convenienza; nulla deve tradire i suoi pensieri, nulla deve inceppare la macchina perfetta. Andrea, anche se vecchio e infermo, è uomo di una sagacia straordinaria: basterebbe un piccolo tic del volto, un gesto troppo brusco, e lui senz’altro capirebbe tutto, intuirebbe l’inganno.

Così non bisogna raccogliere la provocazione, l’offesa bruciante nascosta nei recessi di quella frase all’apparenza innocua. Non pensare alla sua bella moglie Eleonora fra le mani di Giannettino, all’infamia, all’offesa, alla vergogna. Insidiargli la moglie davanti agli occhi subito dopo il matrimonio, sedurglierla forse, è stata l’ultima goccia che ha fatto traboccare un vaso stracolmo. Doria maledetti!

Note:
1) Oggi più conosciuto  come Palazzo del Principe, all’epoca del racconto era nuovissimo essendo stato fatto costruire  da Andrea Doria tra il 1529 e il 1533. Gli affreschi  realizzati da Perin del Vaga,  sia esterni ( oggi perduti) che interni, tendevano ad esaltare le glorie della famiglia Doria. Il palazzo era circondato da giardini, che non si limitavano  all’attuale spazio antistante ma  si estendevano splendidi fino alla sommità della collina di Granarolo.

2) Sul soffitto della sala dove venivano fatti attendere gli ospiti, campeggia l’iconografia classica della carità romana, molto diffusa nel rinascimento, che si rifà all’episodio di Cimone e Pero in cui  il vecchio  Cimone, accusato ingiustamente, è condannato a morire di fame in carcere e la figlia Pero lo salva dall’inedia allattandolo di nascosto.

3) Gli ambienti delle dimore signorili erano arricchiti da tessuti drappeggiati sui muri, prevalentemente in velluto, damasco o taffetà. Questi erano coordinati con i “paramenti da camera” comprendenti le cortine , il copriletto e le “almorade“, ovvero cuscini di grandi dimensioni,  nonchè con i tappeti che coprivano i tavoli e i  davanzali delle finestre e con le portiere; spesso  con il medesimo tessuto venivano anche rifasciate le sedie e gli sgabelli.  A seconda della stagione o di eventi particolari questi corredi venivano cambiati o spostati da una stanza all’altra. Da una testimonianza del  1599 risultano trovarsi nel palazzo di Fassolo, oltre ad arazzi e paramenti in cuoio,  dei drappi  “color porselletta” ( turchino) abbinati con altri gialli, e teli gialli alternati a paramenti cremisi; nel  1606  un inventario documenta l’esistenza di ben 70 “paramenti da camera“ diversi.

II

Non c’è limite alla  presunzione dei Doria, alle loro ingiustizie. Il padre di Gian Luigi, il quieto, onesto, poco sagace Sinibaldo, s’era fidato. Aveva aiutato Andrea per certi suoi progetti con l’imperatore finanziandolo largamente, aveva donato senza chiedere rimborsi, e infine aveva ceduto  alla Repubblica i suoi terreni intorno a Porta D’Archi con la promessa di un canone perpetuo. Poi era morto, lasciando alla vedova e ai figli un patrimonio ormai intaccato e un nome importante, così importante che bisognava mantenere il lusso di prammatica senza avere però i fondi necessari. E tutti si erano dimenticati i favori ricevuti, i dovuti crediti. La Repubblica si era rifiutata di versare il canore pattuito e il Doria non era intervenuto, pur essendo lui di fatto il padrone della città, la sua anima corrotta. Aveva continuato ad accentrare potere e ricchezze nelle proprie mani adunche, costruendo eredità solenni per il nipote, visto che dai suoi lombi aridi fin nel midollo non era fiorito niente. I Doria alle stelle e i Fieschi nei debiti: la madre di Gian Luigi, rimasta vedova, s’era dovuta trasferire nello sperduto castello di Montoggio, dov’egli era cresciuto fra quattro vecchi muri aperti ad ogni spiffero e perenne fango;  e anche ora, tornato  in città  nel suo quartiere in Carignano (1),  si trovava signore di un palazzo decentrato e scomodo, ben lontano dallo splendore di Fassolo e dai suoi   giardini a terrazze.

A Gian Luigi Fieschi  l’antico Feudo di Lavagna, terra di olivi e capre; ad Andrea  Doria gli onori, il principato di Melfi, il  toson d’oro (2), la venerazione di un dio in terra. E l’odio pure, ma l’odio dei nemici può essere un vanto.

Adesso però cambierà tutto. E’ il gran giorno.

Rimasti soli i due uomini discorrono velocemente del momento politico: il seggio dogale è vacante, il nuovo doge sarà eletto solo il quattro. Sarò io il nuovo doge, pensa Gian Luigi mentre mastica un confetto al cardamomo senza sentirne il gusto, da domani sarò io a dettare legge. Poi passano all’altro argomento, quello per cui è venuto a palazzo: l’allestimento  di una propria galea (3) da mandare in corsa nell’arcipelago Egeo.

- È pericoloso, gli ricorda senza troppa convinzione il vecchio ammiraglio, le galee hanno poco pescaggio e bordate basse, non reggono i fortunali dell’inverno. C’è un motivo se da sempre si rispetta lo sciverno (4)

Ma non insiste: che Gian Luigi faccia quel che vuole con l’irruenza idiota della giovinezza, gli si legge dietro lo schermo imperscrutabile degli occhi, meglio se parte e non torna, un avversario in meno nel nido di vipere che la città nasconde nel suo labirinto attorto su se stesso.

Il giorno intanto trascolora; ripassando  dalla loggia Gian Luigi può vedere oltre porta S.Tomaso (5) le galee del Doria tingersi di un colore rosato come l’acqua.  Il sorriso smette di essere una maschera e si accende di un fuoco interno. La potenza navale del nemico galleggia disarmata in darsena nell’attesa che passi l’inverno.  Gli scafi sono conchiglie indifese, ricovero ben poco custodito degli schiavi e dei forzati  (6) che attendono oziando una nuova stagione di sofferenze. La sua nave invece, malgrado la stagione, beccheggia armata di tutto punto nell’attesa  della vendetta.

Note:
1) Il  palazzo dei Fieschi era sito in via Lata sulla collina di Carignano. Questa, benchè alta solo 50 metri,  nel XVI sec. aveva rispetto ad oggi molto più chiaramente l’aspetto di una vera e propria collina, in quanto era nettamente separata da piazza Sarzano dallo scosceso vallone di Rivotorbido, dove il ponte di Carignano venne  costruito solo nel XVIII sec. Anche via Fieschi è di recente creazione (1868);  degli antichi tracciati che collegavano la collina al popolare  sestiere di Portoria restano alcune tracce solo  nelle  salite di  S. Leonardo e della Montagnola dei Servi. Del  quartiere gentilizio dei Fieschi oggi rimane solo la chiesa, S. Maria in Via Lata.  I palazzi vennero demoliti in seguito alla congiura di cui si tratta nel racconto. Dalle testimonianze che ci restano risulta però che, benchè non avessero lo splendore  del palazzo di Fassolo, dovessero comunque essere dimore di alta qualità ,degne di ospitare re Luigi XII di Francia nel 1502 e nel 1538  il Papa Paolo III.

2) L’ordine del Toson d’oro è forse il più insigne ordine cavalleresco di tutti i tempi.  enne costituito nel 1429 a Bruges da Filippo il Buono, duca di Borgogna e  fu trasmesso per patrimonio dinastico dai suoi eredi finchè non venne gestito dagli Asburgo di Spagna. L’intento di detto ordine era di  riunire cavalieri di alto lignaggio  e grande virtù rifacendosi al mito degli Argonauti, cercatori del Vello d'Oro.  La sua insegna è un gioiello che raffigura una  pelle di montone d'oro - il Tosone o Vello d'Oro, per l'appunto - pendente da una catena anch'essa d'oro, adornata con delle B che indicano la casa fondatrice di Borgogna.

3) Le galee erano imbarcazioni sottili e remiere, particolarmente indicate per la guerra o per il trasporto di beni poco ingombranti e di alto valore. Erano lunghe poco più di 40 metri, larghe circa 4 metri e con scarso pescaggio in modo da essere maggiormente idrodinamiche. Con l’inserimento, a partire dal XIV secolo, del terzo remo per banco, il numero dei vogatori arrivava a 176 persone, su 30 banchi per lato.

4) Lo sciverno coincideva con il periodo invernale in cui le galere d’abitudine non navigavano e rimanevano all’interno della darsena  disarmate, cioè con l’albero smontato e prive di remi.

5) La città murata finiva ad ovest con la porta di San Tomaso, che si trovava all’altezza della Commenda di Prè, esattamente fra il palazzo di Fassolo e la darsena.

6) E’ proprio con Andrea Doria che viene introdotto anche a Genova l’uso di utilizzare ai remi invece di manodopera libera gli schiavi e i forzati. I primi venivano acquistati,  o, più spesso, erano prigionieri di guerra, prevalentemente  slavi, turchi e nordafricani; i secondi invece erano cristiani, dei condannati  la cui pena veniva commutata in un periodo al remo ( da cui l’utilizzo odierno  del termine galera come sinonimo di prigione, dove in origine la galera, o galea, indicava esclusivamente l’imbarcazione) . Visto che in inverno in genere non si prendeva il mare gli schiavi e i forzati  restavano in darsena nelle galee stesse sotto custodia di alcune guardie.

III

E’ buio quando Gian Luigi arriva al proprio palazzo, un’oscurità densa e corposa come il velluto. E come  un tessuto allucciolato (1) brilla la facciata:   innumeri fiaccole illuminano la stradina stretta,  rifulgono dall’interno attraverso i vetri. C’è aria di festa, commentano i passanti che s‘affrettano a rientrare prima del coprifuoco, i Fieschi stasera danno banchetto.

Per le scale, nelle stanze c’è un gran via vai di gente, servi, fornitori e sguatteri;  i suoi fratelli  sono seduti davanti al camino e bevono vino caldo per farsi coraggio. Gian Luigi controlla di persona che sia tutto a posto.

La sala  migliore è stata apprestata per il banchetto, i lini di fiandra sono neve purissima, il vasellame d’argento fa mostra di sé  dietro le canestre di frutta. Nessuno direbbe mai che è una casa sull’orlo del tracollo.

I giorni precedenti ha fatto largizioni munifiche: se già godeva del favore del popolo ora lo venerano. In occasione del natale ha invitato al suo palazzo gli artigiani tessili, quelli che vivono giù in Ponticello, ha offerto loro staia di grano  e un discorso.  Ha ricordato come da sempre la sua famiglia si sia  adoperata per sollevare in ogni modo con liberalità i meno abbienti. L’eco della grande fame del ‘31 è ancora nell’aria, e le parole e il grano gli hanno creato intorno quella rete di fedeltà di cui ha bisogno. Il popolo, e soprattutto quello che con le sue casupole fa schiera ai suoi possessi di via Lata, è dalla sua parte. Molte mani sono pronte a lasciare il telaio per sollevarsi in suo aiuto contro l’aquila della superbia.(2)

Dal suo feudo di Lavagna trecento uomini  sono venuti in città alla spicciolata con la scusa di imbarcarsi con lui verso l’Egeo, e adesso, asserragliati nelle sue case,  attendono in armi.

Sì, è  tutto a posto.

Gian Luigi è uscito di nuovo ed è sceso in centro.  Scortato dal fedele Verrina ha fatto il giro delle logge (3) dove per tutto l’inverno gli uomini di censo si radunano in attesa della cena  fra chiacchiere, affari e passatempi.  Ha scelto quelle giuste, naturalmente, quelle dei nobili nuovi (4) a cui l’attuale assetto politico va stretto. Ha invitato a cena tutti i giovani, e un invito di un Fieschi, per quanto decaduto, non è cosa che si rifiuta facilmente.

Alla fine sono circa cinquanta  a risalire la collina di Carignano, a magnificare le stoviglie, la tavola  imbandita, a rovesciare nei boccali il vino inneggiando all’anno nuovo e alla festa.

Il padrone di casa dà ordine che dispongano sul tavolo le prime portate, ha bisogno di ancora un po’ di tempo. Si allontana un attimo con una scusa e va nelle stanze della moglie. Non voleva salutarla , ma adesso ne sente il desiderio. Eleonora non sa  niente ma ha capito tutto. Aggrappata al braciere trema di un freddo contro cui non può nulla nemmeno la pelliccia di Russia che le cinge le spalle. Gian Luigi non sa bene cosa dirle, non è sua abitudine parlare di cose serie alle donne. Potrebbe spiegarle come la vittoria sia certa, come è stato tutto preparato nel minimo dettaglio. Oppure di come abbia avuto promesse di aiuto dalla Francia, e, molto più concreto, l’aiuto del Farnese, che già gli ha dato una galea per l’azione imminente. Potrebbe raccontarle di come da domani sarà lei la prima donna di Genova, di come vivrà negli agi e nei lussi, e di come egli ucciderà  Giannettino trascinando il suo corpo nel fango fino a ridurlo un brandello di sangue. Lavando così l’offesa di quel supposto tradimento, di cui cerca conferma  nel bellissimo volto della moglie, trovandovi però  solo sgomento. Potrebbe… invece resta muto, desiderano unicamente  che lei si sieda, per inginocchiarlesi davanti e appoggiarle la testa in grembo. Una carezza, un attimo di quiete, un attimo soltanto... Ma Eleonora rimane in piedi senza osare guardarlo negli occhi, e a lui non resta altro che ritornare dai suoi ospiti.

Note:

1) Panno di grande pregio  in cui il filo di seta viene tessuto con fili d’oro o d’argento.

2) L’arma araldica della famiglia Doria consiste in un’aquila con le ali semi levate in campo oro e argento con sul capo una corona a otto punte.

3) In questo caso con il termine  loggia si indica un portico  in cui si riunivano gli aderenti alla stessa consorteria, o i nobili a seconda delle fazioni.

4) La denominazione “vecchi” e “nuovi” faceva riferimento alla riforma della Repubblica del 1528 voluta da Andrea Doria (da cui i primi erano fortemente avvantaggiati): semplificando, nobili “vecchi” erano coloro le cui famiglie erano ascritte all'albo della nobiltà fin dal Medio Evo, mentre i nobili “nuovi” discendevano dalla ricca borghesia commerciale. La distinzione era tuttavia essenzialmente di natura politica ed economica: i nobili “vecchi” - provenienti da famiglie dalla fortuna ormai consolidata – volevano un'economia essenzialmente finanziaria; i “nuovi”, al di là del nome, erano invece propensi ad attività più tradizionali legate al commercio e all'artigianato.

IV

Gian Luigi ha chiuso a chiave la porta. I servi si sono eclissati. Con gesto teatrale getta sul tavolo armi e armature.

- Queste sono le vivande per cui vi ho chiamato, dice, questo il cibo di cui dobbiamo nutrirci se vogliamo sottrarci alla tirannide di pochi e riconquistare la libertà, nostra e di Genova. -

Le armi luccicano fra l’argenteria, un bicchiere di vino si è rovesciato sulla tovaglia in una pozza rossa.

La porta resta chiusa. C’è un moto di sconcerto. Chi nega recisamente, chi vorrebbe ma dichiara di non avere cuore abbastanza.  Chi è entusiasta. Alla fine i congiurati escono da palazzo e scendono in città, dopo aver imprigionato gli altri in modo che nessuno dia l’allarme prima del tempo.

Sono le dieci. E’ l’ora dell’azione. La luna brilla in cielo come un occhio benevolo. Gian Luigi ha pensato a tutto, anche a scegliere una notte di plenilunio per sfruttarne la luce di ghiaccio. I quattro fratelli Fieschi si dividono. Si stringono appena la mano, in silenzio; malgrado i guanti hanno l’impressione di avvertire il freddo della pelle. Ottobono e Cornelio svegliano  la città con urla  di guerra cercando di mobilitare popolo e malcontenti;  Geronimo con un manipolo di armati sguscia verso pota S. Tommaso e  se ne impossessa; Gian Luigi entra in darsena  senza quasi trovare resistenza. Fa subito spostare la sua galea all’imboccatura, così che nessun’altra nave possa entrare né  uscire.  Gli schiavi  e i forzati incatenati  vengono liberati in un ruggito  di gioia,  grida in arabo e slavo e genovese  che fanno tremare il mare piatto come una scheggia di vetro. Altri strepiti giungono dalla  città, sempre più forti: baluginare di fiaccole, scoppi, tonfi e rimbombi che dai ciottoli stondati dei caruggi rimbalzano fino ai campanili e ai tetti grigi d‘ardesia...

Nel palazzo di Fassolo i Doria soprassaltano. Non è facile da lì capire cosa sta succedendo. Quello che è chiaro è che il centro di tutto è in darsena, è da lì che si dirama e confluisce il caos di luci e urla. Giannettino, malgrado la dolcezza che il Bronzino gli ha attribuito facendogli il ritratto, è un uomo di polso. Prima di riflettere è già fuori di casa, con  solo un paggio al seguito. Tutto fuorchè incauto, non  ha radunato una scorta  perchè pensa di farsi aiutare dalle guardie della Porta. E’ convinto che si tratti di una ribellione di schiavi e  agire d’urgenza è la migliore manovra. L’ultima cosa che desidera è una caccia all’uomo vicolo per vicolo: sia mai che quei marrani siano già riusciti a liberarsi basterà la voce del padrone per i riportare l’ordine. La voce, il bastone, la frusta e i tratti di corda. Giusto impiccarne uno o due, per dare l’esempio. E’ manodopera utilissima, non va danneggiata troppo.

Porta San Tommaso è chiusa, come vuole l’ora notturna.

- Apritemi! -

Urla il Doria, convinto che basti il suono della sua voce per farsi riconoscere.  E infatti basta, ma ha un’amara sorpresa appena varcata la soglia. La Porta è già in mano ai congiurati: Giannettino riesce ancora a vedere le proprie budella fumanti nell’aria gelida, rosse come un rubino scurissimo nella luce delle torce. Ne sente anche il puzzo, e cade in terra. Un urlo feroce: l’aquilotto è morto!

V

Il paggio che aveva accompagnato Ginnettino Doria nella confusione si salva, torna al palazzo con la lingua annodata per lo spavento. Andrea è vecchio e malato, ma ha la tempra di uno dei giganti che ornano il soffitto della sala grande. In un attimo invia la moglie con le sue donne nel monastero di san Teodoro, la sposa di Giannettino e il bambino  in quello del Gesù; lui, stringendo i denti  per la rabbia e la sofferenza, inforca un cavallo e con quattro servi  galoppa fino a Sestri Ponente. Non ha neanche avuto il tempo di mettersi un mantello. Il gelo gli paralizza i nervi ma il sangue ribolle sotto la pelle dura e vizza come pergamena. Da Sestri prende una nave per Voltri, da lì un altro cavallo fino al castello di Masone in cui si arrocca in attesa di notizie, masticando fiele e vendetta.

Tutto sta andando per il meglio, tutto è perfetto. Notizie a sprazzi e  bocconi giungono a Gian Luigi, che sta dirigendo le operazione dall’alto del cassero di poppa  (1)  della sua  galea. Le Porte sono prese, così la darsena, anche il palazzo Ducale è circondato.. La città sta cadendo nelle sue mani come  un frutto dolcissimo in cui affondare i denti. 

In una  confusione di voci qualcuno gli  urla che Giannettino è  morto. Gian Luigi respira a fondo  l’aria gravida di fumi , fiati e  scoppi,  e ha quasi l’impressione di bere vino speziato di Corinto. Barcolla. E’ ubriaco di notte, di luna, di violenza. Eppure al tempo stesso è lucidissimo. Ogni secondo si incastra nell’altro con la precisione di un meccanismo, è un coltello di cerusico che scava nel corpo vivo dell’avversario.

Sposta la galea verso la calata interna, deve sbarcare ora, rinfocolare gli animi, prendere parte attiva alla testa dell’onda che sta crescendo in città  fino a  travolgere ogni resistenza superstite. Con un sogghigno malevolo vede che gli schiavi e i forzati hanno approfittato della confusione impadronirsi di una galea, l’hanno rimessa in sesto alla meglio,  e remando come non hanno mai remato  in pochi istanti sono già al largo. Ma sì, andate, pensa, voglio vedere  i Doria cosa se ne faranno delle loro belle navi senza nessuno a i remi. Andate, liberi tutti.

La luna è grande, grandissima, una torta soffice piena di promesse. La galea di Gian Luigi accosta al molo, fa manovra, ci mette troppo tempo. Inutile aspettare che qualcuno metta la passerella , basta un salto. 

Forse però ha calcolato male le distanze; forse l’ha ingannato il luccicore delle onde piatte come scaglie; o semplicemente il sangue che gli urla nelle orecchie l’ha distratto un momento. Così  d’improvviso sente l’acqua viscida e fredda, un velo nero e salmastro, come un sudario. Poca acqua, pochissima. Gian Luigi ha il  mare  nella carne, come tutti, e  sa nuotare meglio di un pesce; ma forse basterebbe solo alzarsi in piedi, il fondale è basso in quel punto, bassissimo. Invece annaspa come un topo,   le dita cercano inutilmente di strapparsi di dosso l’armatura con gesti sempre più convulsi. Il corsaletto niellato (2) ad arte è diventato una trappola:   pesante, gli impedisce di rialzarsi. E così la borgognotta (3) gli recide il collo, gli inabissa il capo nella melma putrida riempiendogli di fango il naso e la bocca. Si sente inghiottito dal carapace di un insetto di bronzo, risucchiato nel nulla. Freddo, tanto freddo; brandelli di sogno si confondono con sprazzi di memoria. Poi le dita si distendono e fluttuano insieme al mantello come alghe.

Note:

1) Il cassero era la parte della galea  rialzata a poppa,  che  aveva il doppio scopo di facilitare il combattimento e di permettere di tenere il comando della nave da una posizione elevata. 

2) Il corsaletto era composto da gola, petto con resta, schiena, scarselle lunghe, bracciali interi, manopole. Questo tipo di armatura, in piastra d’acciaio, consentiva la mobilità delle articolazioni ed era adatta sia al cavalleggero che al fante a piedi. Sulle galee era usata da ufficiali e nobili, e in questo caso veniva decorata con incisioni ad acquaforte niellate, in cui  i solchi del disegno venivano anneriti con una pasta in modo da renderli più evidenti.

3) La borgognotta, o caschetto alla leggera, era un elmo con cresta e guanciali incernierati che lasciavano scoperto il viso.

VI

Morto il capo, la cospirazione si disperde con le prime luci, spazzata via dal sole insieme alla galaverna. Dei  suoi fratelli,  Ottobono e Cornelio prendono il mare verso Nizza; Geronimo resta asserragliato nella porta San Tommaso, ancora si difende. Il Comune gli promette salva la vita se si arrende, in buona fede forse. Ma appena Andrea Doria torna in città la sua vendetta scocca precisa come un nugolo di frecce: nessuna pietà, solo la morte. Geronimo viene decapitato, come si conviene al suo rango, impiccati gli altri congiurati dopo un processo farsa. Esiliati tutti i Fieschi e le case rase al suolo, con infamia perpetua.

Eppure c’è chi vorrebbe ancora lottare, soprattutto fra il popolo. Girano voci incontrollate che Gian Liugi non sia morto, che sia scappato in Provenza e stia per tornare alla testa di un esercito. Lo si aspetta come un messia, arrotando  coltelli sulla selce nel chiuso delle stanze.

Quattro giorni dopo il suo corpo viene ripescato. Si pensa di appenderlo pubblicamente come monito, ma l’idea viene scartata per paura di possibili tumulti. Così rimane per due mesi in darsena ad imputridire  in un angolo, finche una notte, in silenzio, sotto la stessa luna piena e dolce, indifferente, viene portato al largo e lasciato scivolare fra le onde.

La storia così finisce, ed è una storia in cui tutti perdono. Gian Luigi Fieschi vi  perde la vita. Andrea Doria, l’amato nipote ed erede. Eleonora Cybo, rimasta vedova di Gian Luigi, dopo un secondo infelice matrimonio finirà la sua esistenza nel monastero delle Murate in Firenze.

Eppure no, alla fine invece qualcuno ha vinto. Personaggi secondari, che abbiamo appena intravvisto sullo sfondo. Gli schiavi e i forzati.  Che fuggendo hanno fatto  rotta verso la Libia e, benché  inseguiti per giorni dalle galee di Bernardino di Mendoza, non vengono mai più ripresi. Liberi tutti.  

Photographer: Cristiano Calvi


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